| Il noto critico americano Charles Jenks, ha sottolineato come tradizionalmente agli ingegneri non vengano riconosciuti gli stessi crediti degli architetti, nonostante il loro determinante contributo.
E’ giunto il tempo, di individuare un metodo per attribuire più correttamente la giusta proprietà dell’opera.
La valenza di un manufatto architettonico è in effetti il risultato della complessa sintesi tra soluzioni formali, funzionali e tecniche. Queste ultime da intendersi non solo in termini di progetto, ma anche e non marginalmente esecutive, cioè del sapere come fare a dare forma attraverso il lavoro della costruzione.
Attività assolutamente non separabile dalle intenzioni e dal risultato formale e funzionale e che quindi non può essere sottovalutata o considerata indifferente nel creare, o meglio produrre, architettura. Perché allora non dare i giusti crediti alle imprese.
Soggetti che da sempre condividono con gli altri attori del processo l’onere di affrontare quella che è stata definita come l’eterna ambiguità del costruire, tra recupero del patrimonio storico e necessità di affrontare quanto attraverso l’evoluzione della società e delle tecniche si deve interpretare per la prima volta.
Un’attività che per essere svolta con efficacia e coerenza nei confronti del mandato, richiede tradizionalmente non solo grandi competenze nell’ambito tecnologico costruttivo e dell’impiego di materiali tradizionali o innovativi, ma anche passione nel far bene e nel perseguire la qualità dell’opera, aperta al dialogo e alla collaborazione con progettisti e committenti, capacità di organizzazione e gestione del cantiere, conoscenza e rispetto delle leggi e delle prescrizioni in materia tecnica, amministrativa, ambientale e di sicurezza sul lavoro.
|